Newsletter Marzo 2017 – Lo strano caso delle Popolari venete

Nel nostro appuntamento di questo mese approfondiremo un tema particolarmente attuale in questo inizio 2017: la crisi delle banche popolari del Nordest.

A fine marzo è stato pubblicato un interessante libro-inchiesta sul tema intitolato “Banche Impopolari” e vale la pena prendere spunto da quanto “scovato” dagli autori per fare alcuni riflessioni e magari spingere qualcuno di voi ad approfondire un tema piuttosto complesso ed interessante i cui effetti e cause sono estendibili anche ad altre realtà italiane.
Citando gli autori, ci troviamo davanti a un “romanzo bancario popolare” italiano dove l’intreccio di denaro e potere ha trasformato le banche da volano dei territori a macchine mangiasoldi.
Le banche popolari sono tornate d’attualità a marzo 2015 quando il Governo Renzi ha elaborato una riforma che prevedeva la trasformazione in Spa degli istituti più grandi: in realtà, però, i problemi sono nati quando alcune di queste banche sono finite sotto la supervisione della BCE a causa delle loro dimensioni ragguardevoli a fine 2014.

Normalmente esiste una correlazione abbastanza diretta tra la salute di una banca e il territorio in cui opera: più ricco è il territorio più florida è la banca. Tuttavia in Veneto non è andata esattamente così e forse è arrivato il momento di chiedersi i motivi di questa “anomalia”, se poi di anomalia possiamo parlare.
Sono state identificate almeno tre letture possibili: una di natura storica, una di natura culturale e, infine, una di natura più prettamente finanziaria.

Con l’avvento della moneta unica e il conseguente calo dei tassi di interessi, si sono generate delle condizioni ottimali per l’erogazione di credito nel Nord-Est, credito facile che poi avrebbe presentato il conto nel decennio successivo. Da fine anni ’90  fino alla crisi del debito sovrano dell’Eurozona nel 2011 il credito concesso alle imprese in Veneto aumenta del 125% mentre il PIL regionale cresce solo del 39%, con una crescente pressione sulla capacità di generare reddito. I nodi cominciano ad arrivare al pettine nel 2008 dove il crack Lehman Brothers scatena il panico sui mercati. I tassi salgono vertiginosamente e il prestito interbancario si congela, nessuno si fida più di nessuno. Conseguenza: i prezzi delle azioni bancarie crollano e per ripristinare un minimo di fiducia si riduce la leva finanziaria, o aumentando il capitale o diminuendo gli impieghi alla clientela. Ovviamente in tempi di stress si sceglie la seconda strada, soprattutto da parte dei grandi istituti più colpiti. Nasce l’era del cosiddetto “credit crunch” o stretta creditizia dove le banche cominciano a richiamare i prestiti concessi, non ne concedono di nuovi e si comincia a fare i conti con gli oggi famosi NPL (crediti incagliati o in sofferenza).

Il Veneto soffre più di altri, inizialmente vista l’alta densità di imprese e il loro forte ricorso al finanziamento bancario ma, apparentemente, sembra che ci siano istituti immuni che cominciano a guadagnare terreno e soccorrere gli imprenditori in crisi: le grandi popolari venete. Questi istituti non essendo quotati hanno risentito poco del crollo dei mercati e ne approfittano per guadagnare quote di mercato aumentando ovviamente gli impieghi dove gli altri li diminuivano. E’ in questa fase che, nel tentativo di diventare realtà di importanza nazionale, si creano i presupposti del disastro attuale.

Il secondo spunto di analisi deriva dalle caratteristiche dell’industria veneta e dei suoi rapporti con le banche del territorio, imperniata su condizioni creditizie molto favorevoli e rapporti spesso collusivi. In Veneto storicamente i tassi di interesse sui prestiti sono più bassi della media a livello nazionale sia per le caratteristiche dei clienti, molto agguerriti sui costi di intermediazione, sia per la struttura della domanda e dell’offerta dove si scontrato imprenditori aggressivi e credito a buon mercato. Il Veneto ha una vivacità imprenditoriale molto elevata e una forte cultura di impresa, caratterizzata da un forte uso della leva finanziaria che spesso crea alta mortalità aziendale e da una certa repulsione verso il fisco che genera risorse che tendono a sfuggire all’analisi del merito creditizio.
Tutte queste caratteristiche portano a una concorrenza più aspra e un costo del rischio alto per gli istituti, come certificano le serie storiche sui margini di interesse delle regioni pubblicate dalla Banca di Italia. Se guardiamo questi dati scopriamo che dopo la crisi del 2008 la differenza dei tassi offerti tra banche nel Nordest e i grandi Istituti è di quasi il 2% e dopo la crisi del 2011 la forbice rimane, seppur riducendosi a circa mezzo punto, con qualcosina in più per i prestiti alle PMI. Questo fenomeno in termini bancari si chiama “underpricing” ed è proprio questa la caratteristica che ha legato negli ultimi 15 anni gli interessi del nordest con quelli delle banche popolari, locali e cooperative.
Il credito erogato aveva una funzione non economica ma di relazione e di potere.
Ci si potrebbe, però, giustamente chiedere come una banca possa restare in piedi facendo prestiti da cui non ci guadagna nulla o addirittura ci perde, unicamente per allargare la base di clientela. La domanda è più che lecita e ci porta al terzo punto di analisi che riguarda la redditività. Il Veneto è una delle regione con il Pil procapite più alto e anche la concentrazione di contante risulta essere molto elevata, contanti che finiscono da sempre nelle casse delle filiali presenti in gran numero sul territorio (parliamo di più del 25% di tutti gli sportelli sparsi per l’Italia intera).
Leggendo i dati riportati dagli autori del libro già citato in apertura articolo, scopriamo che negli anni successivi al 2008 nei bilanci delle banche venete gli impieghi non superavano quasi mai l’80% della raccolta, caso anomalo visto che gli altri istituti italiani raggiungevano tassi di impiego pari anche al 130%. La parte eccedente veniva investita in remunerativi Titoli di Stato italiani che all’epoca offrivano rendimenti anche superiori al 5% annuo. Con questo giochino, che in gergo tecnico viene definito “Carry trade”, i banchieri veneti alimentavano il disavanzo strutturale dell’attività commerciale i cui guadagni spesso non coprivano nemmeno i costi. Così facendo potevano permettersi struttura di costo pari anche al 90% dei ricavi totali in quanto questa gestione dei soldi altrui generava abbastanza soldi da coprire perdite sul credito e i costi delle direzioni generali. Lo schema reddituale non era perfetto ma funzionava, soprattutto per le banche di maggiori dimensioni in quanto la base di ricavi su cui spalmare i costi era maggiore.

Tutto questo riusciva ad alimentare un sistema collusivo ancora tutto da decifrare ed analizzare, sia per comprendere le responsabilità sia per identificare le vere vittime da chi ha approfittato per anni di un sistema palesemente iniquo e fuori mercato ma che garantiva favori e potere.
Il giochino tuttavia comincia a guastarsi nel 2012, quando la prolungata crisi comincia a moltiplicare le perdite sui crediti e la BCE mette in atto politiche espansive che fanno crollare differenziali dei tassi di interesse e rendimento dei Btp. Il colpo di grazia arriva nel 2014 quando tutti gli istituti con oltre 30 miliardi di euro di attivi finiscono sotto la vigilanza unica BCE: finiti i giochini all’italiana e le troppe distrazioni delle autorità di vigilanza nazionali, si comincia a chiedere conto dell’operato e a guardare con occhio più attento bilanci ed esposizioni creditizie.

Infine, come se non bastasse, si rifanno avanti i grandi colossi nazionali che, grazie alla scorpacciata di miliardi presi a costi irrisori nelle aste di liquidità della BCE, cominciano ad attuare politiche aggressive sul territorio ingolosendo la clientela.
C’è una sola differenza rispetto al passato: i nuovi colossi emergono da una forte stagione di cure dimagranti e ricapitalizzazioni che ne hanno ripristinato la solidità patrimoniale. L’offerta più conveniente comincia anche a venire da banche solide e di fatto si cerca di ripristinare una concorrenza di mercato ormai assopita da quasi un decennio.