Newsletter Luglio 2017 – Gli squilibri dell’economia tedesca: reale minaccia o semplice invidia?

Il modello industriale tedesco (prima parte)

La Germania non è più considerata la malata d’ Europa e la sua economia è la più dinamica del vecchio Continente. Tuttavia in molti Paesi, in particolare quelli del Sud Europa, continuano a trovare terreno fertile i detrattori del sistema economico tedesco sostenendo che il loro massiccio surplus commerciale continua ad essere una minaccia per la stabilità dell’Eurozona. Dagli anni ’50 effettivamente la Germania ha esportato più beni di quanti ne abbia importati, i risparmi dei tedeschi sono risultati maggiori degli investimenti e la differenza positiva viene prestata all’estero.
Questi squilibri portano gli altri Paesi ad avere dei deficit delle loro partite correnti, in altre parole, prendono a prestito per garantire abbastanza domanda aggregata e mantenere l’occupazione.

Probabilmente questo incipit avrà già scaldato gli animi di coloro che non vedono di buon occhio la “tirannia” tedesca sull’Eurozona ma, prima di accendere discussioni, è buona cosa capire le ragioni di questo comportamento che, possiamo dirlo fin da ora, non deriva da una diabolica volontà teutonica di strangolare i poveri Paesi mediterranei.
Lo scorso anno la Germania ha fatto registrare un surplus del 8,3% del PIL. Stiamo parlando di quasi 300 miliardi di USD, decisamente più del “nemico” cinese visto fino a poco tempo fa come il simbolo dello squilibrio globale. All’interno dell’Eurozona la critica è che la Germania, vista la sua posizione virtuosa a livello di conti pubblici, abbia imposto politiche di austerity per i Paesi più indebitati, senza riconoscere che la sua riluttanza alla spesa, pubblica o privata che sia, rende tali aggiustamenti molto più difficili da perseguire.
Nonostante le critiche, però, l’economia tedesca mostra performance invidiabili. Il tasso di disoccupazione al 3.9% è tra i più bassi delle nazioni occidentali e perfino negli anni della Grande Recessione la disoccupazione non ha subito particolari picchi, a differenza degli altri Paesi.

Gli shock politici subiti da USA e Inghilterra negli ultimi anni derivano tutti da un costante declino di posti di lavoro ben retribuiti nell’industria manifatturiera a causa dell’automatizzazione e dalle importazioni a basso costo principalmente cinesi. In Germania questo trend non si è consolidato e l’occupazione nel settore resta notevole, anche grazie a un sistema di apprendistato che permette di creare manodopera specializzata fra coloro che non proseguono gli studi verso una formazione di tipo universitario.
La Germania è fiera di questi numeri e tra la classe politica sembra dominante l’idea che le critiche sui pericoli del surplus siano infondate e che non portino distorsioni di politica economia. Inoltre, si sostiene che i tedeschi abbiano la necessità di risparmiare molto a causa di un tasso di invecchiamento della popolazione maggiore che in altre nazioni. D’altro canto, però, il Fondo Monetario Internazionale sottolinea che un tale surplus è difficilmente giustificabile e soprattutto potenzialmente dannoso per la stabilità dell’economia globale. Il dibattitto sta proseguendo da decenni e sembra non trovare un vincitore.

Ciò che rende veramente difficile risolvere il problema, o anche solo riconoscerlo, è che l’eccesso di risparmio della Germania non deriva da una esplicita scelta di politica economica ma piuttosto da un modello di business che riflette gioie e dolori dell’economia tedesca.
Solo capendo la genesi dell’attuale “miracolo economico” teutonico si può pensare di affrontare con cognizione di causa le ripercussioni negative che effettivamente tale modello potrebbe avere sull’economia europea, e non solo, e proporre delle soluzioni efficaci.

Per comprendere questo modello dobbiamo tornare indietro alla fine degli anni ’90 quando l’economia tedesca era in crisi, la disoccupazione colpiva oltre 4 milioni di persone, il 10% della forza lavoro, la quota di mercato delle sue esportazioni stava diminuendo costantemente e il saldo delle partite correnti risultava in deficit. La crisi economica era in parte una conseguenza del forte apprezzamento del Marco tedesco a seguito dell’attacco speculativo avvenuto agli inizi della decade che portò alla caduta del cosiddetto serpente monetario europeo. Senza dubbio, inoltre, ha contribuito l’aumento dei salari molto generoso, specialmente nell’ex Germania est, a seguito della riunificazione del 1990 e la crisi in Asia e Russia, due mercati importanti per l’export tedesco. I problemi dell’economia tedesca avevano radici profonde ma la malata d’Europa storicamente ha mostrato una forte capacità di rialzarsi una volta toccato il fondo. Quando il sistema di cambi fissi, nato dagli accordi di Bretton Woods, venne abbandonato negli anni ’70 il marco tedesco si apprezzò fortemente rendendo l’export molto meno competitivo; l’industria tedesca seppe reinventarsi per riguadagnare competitività e così fece nuovamente all’inizio del nuovo millennio.

Come lo fece invece lo scopriremo nel prossimo appuntamento.