Newsletter Aprile 2017 – La storia delle Banche Centrali: Parte prima

Dalla nascita alla diffusione del “modello inglese”

Attualmente alle Banche Centrali viene riconosciuto un immenso potere in grado di condizionare l’economia di un Paese prendendo decisioni sui tassi di interesse, controllando i tassi di cambio e i cicli economici. Tale potere ultimamente viene messo sempre più spesso in discussione, sia dai governi che dall’opinione pubblica. Tuttavia il dibattito sugli spazi di manovra dei banchieri centrali è qualcosa che ciclicamente torna alle cronache da quasi 300 anni e si sono sempre alternate fasi di espansione e ridimensionamento di ruoli e compiti di queste importanti istituzioni.

Storicamente i governi hanno affidato alle banche centrali il compito di occuparsi di stabilizzare la valuta, combattere l’inflazione, salvaguardare il sistema finanziario, coordinare politiche con gli altri stati e infine stimolare le economie. Questi compiti complessi spesso non sono complementari e, oltre a richiedere competenze tecniche, hanno conseguenze politiche che di conseguenza tirano in ballo le banche centrali nel dibattito democratico.

Le prime banche centrali furono create per accrescere il potere finanziario dei governi. Il pioniere fu la Sveriges Riksbank, instituita nel 1668, ma il modello di riferimento nacque poco dopo nel 1694 con la Banca di Inghilterra istituita da William III, sovrano di Olanda e Inghilterra, nel pieno della guerra contro la Francia. In cambio di un prestito alla corona, la banca ottenne il diritto di stampare cartamoneta. I sovrani assoluti hanno sempre avuto la tendenza ad essere inclini ai default finanziari in quanto avevano il potere di evitare che i creditori facessero valere i propri diritti, ma William dipendeva dal supporto del Parlamento che in ultima analisi rifletteva gli interessi di coloro che finanziavano la banca centrale. La creazione della banca, quindi, rassicurava i creditori e rendeva più semplice ed economico per il governo prendere a prestito denaro.

Nessuno al tempo si aspettava che queste banche centrali si evolvessero nelle potenti istituzioni di oggi ma, a guardar bene, qualche segnale si cominciava ad intravvedere. Prendiamo ad esempio la poco gloriosa avventura francese di John Law che intorno al 1716 convinse il reggente a  farsi autorizzare alla creazione di una banca nazionale e decretare che tutte le tasse e i pagamenti fossero raccolti e saldati in banconote emesse dalla stessa. L’idea era diminuire le pressioni su una monarchia pesantemente indebitata. La banca successivamente assunse tutto il debito pubblico nazionale e i detentori furono persuasi a scambiare le proprie obbligazioni con azioni della Mississippi company, società legata ai territori francesi negli USA.

Fu una delle prime bolle speculative e il termine “milionario” fu coniato proprio a seguito della corsa al rialzo dei prezzi della Mississippi. In realtà, questa compagnia non generò mai alcun profitto dalle colonie e quando lo schema di Law collassò i cittadini francesi svilupparono un perdurante sospetto per tutto ciò che era alta finanza e carta moneta. L’esperienza di Law fu un fallimento ma già si cominciava a mettere le basi per qualcosa di più grande.

La carta moneta infatti si rilevò un mezzo di scambio molto più comodo dell’oro e dell’argento. Le banche private potevano emettere le loro banconote, ma queste ultime godevano di minor fiducia di quelle stampate dalle banche nazionali, possedute da governi con il diritto di raccogliere introiti tramite la tassazione. Dato che la cartamoneta si era rivelata un comodo mezzo di pagamento, gli scambi cominciarono a crescere, così come l’attività economica e di conseguenza le finanze pubbliche. I governi, inoltre, si resero ben presto conto che mettere moneta per un valore ben più alto del loro valore intrinseco (il concetto di moneta fiduciaria) era piuttosto conveniente.

Tuttavia per mantenere la fiducia nella cartamoneta era necessario agganciarla a qualcosa di concreto come l’oro. La Banca di Inghilterra cambiava a vista le sue banconote con oro e, di conseguenza, era costretta a sostenere il valore delle sue sterline nei confronti del metallo giallo. Per estensione, quindi, ciò significava che la banca era costretta a sostenere la stabilità della sterlina come valuta, e quindi il valore reale degli asset dei creditori (bond e prestiti) veniva preservato mentre coloro che prendevano in prestito non avevano la prospettiva di vedere il proprio debito diminuire a causa dell’inflazione.

La convertibilità in oro fu sospesa durante le guerre napoleoniche facendo esplodere inflazione e debito pubblico per poi essere inserita nuovamente nel 1819 a scapito però di un periodo di deflazione e recessione.

Per tutto il diciannovesimo secolo la banca mantenne il gold standard con il risultato di un inflazione praticamente assente ma a patto che venissero alzati i tassi di interesse per attrarre capitali stranieri ogni qualvolta le riserve di oro cominciassero a scarseggiare. La conseguenza di tutto ciò è che il peso degli aggiustamenti dell’economia gravavano sui lavoratori, attraverso più bassi salari o più alta disoccupazione. Niente di sorprendente se pensiamo che ai tempi il diritto di voto era limitato ai possidenti.

Durante il diciannovesimo secolo emerse un altro compito in capo alla banche centrali: gestire le crisi. Il capitalismo è sempre stato caratterizzato dalle crisi di panico dove i prestatori di denaro perdevano fiducia nella solvibilità delle banche private con conseguente limitazione del credito concesso e sofferenza nei commerci. Dopo la crisi di panico finanziario del 1825 fu stabilito che la Banca di Inghilterra avrebbe avuto anche la funzione di prestatore di ultima istanza, cioè prestare liberamente, previo collaterale, ad alti tassi di interesse alle banche solventi.

L’idea in realtà non fu universalmente accettata e sollevò anche critiche non  trascurabili in quanto rischiava potenziali conflitti con gli altri compiti affidati alla banca. Prestare in tempi di crisi significava aumentare l’offerta di moneta ma come comportarsi se ciò fosse stato in conflitto con la necessità di sostenere la moneta e quindi ridurre l’offerta stessa?

Nonostante tutto il modello inglese di banca centrale e il gold standard furono copiati dagli altri Paesi che cominciano a industrializzarsi in quel periodo come la Germania dopo l’unificazione del 1871.