Newsletter Agosto 2017 – Quanto contano i mercati e quanto i comportamenti?

E’ di questi ultimi mesi la riproposizione da parte di organismi federali USA della sintesi di una ricerca sugli effetti che hanno i comportamenti dei singoli investitori sui risultati attesi dai propri piani di investimento [1].

La SEC, la commissione di vigilanza sulla Borsa americana equivalente della nostra Consob, nel 2010 commissionò alla Biblioteca del Congresso Divisione Ricerche un report circa i comportamenti degli investitori che possono minare le performance degli investimenti [2]. Nel pieno della crisi dei mutui subprime gli organi federali statunitensi ritennero importante dare ampia diffusione a questi risultati, formulando indirettamente alcune raccomandazioni poi richiamate nel 2014 ed anche, come detto, ai giorni nostri: perché?

Con le ricerche degli psicologi Kahnemann e Tversky[3] – che valsero al primo il premio Nobel del 2002 per l’economia, essendo il secondo già morto quando l’austera Accademia si risolse a premiare quegli studi – sono state gettate le basi di una nuova scienza, poi denominata “finanza comportamentale”, che studia le distorsioni psicologiche di cui sono vittime gli essere umani (tutti!) quando prendono decisioni che hanno a che fare col “denaro”, soprattutto quello proprio. Da allora è stata sperimentalmente e ripetutamente provata l’importanza di alcuni atteggiamenti, la cui consapevolezza può aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Ecco perché un paese come gli USA, che rimanda molto alla responsabilità ed iniziativa del singolo individuo, dal futuro previdenziale alla possibilità di far studiare i figli in prestigiose e costose università, cerca di favorire l’educazione finanziaria dei propri cittadini.

Diversi recenti scandali finanziari dimostrano come anche in Italia (paese che non figura certo ai primi posti nelle graduatorie mondiali che misurano il grado “alfabetizzazione finanziaria” dei cittadini dei singoli stati) spesso i risparmiatori si ritrovino nel ruolo di vittime, anche a causa di trappole mentali nelle quali sono caduti.

Di seguito ne sono state selezionate e sintetizzate alcune, tra le complessive nove che lo studio statunitense rimarca.

  • L’ECCESSIVA MOVIMENTAZIONE, che consegue all’ansia del controllo troppo frequente degli investimenti e sfocia nella tentazione di cercare di trarre vantaggio dai loro movimenti, illudendosi di poter indovinare il momento migliore per vendere o comprare.
  • L’EFFETTO DISPOSITIVO, ovvero la tendenza a mantenere troppo a lungo strumenti che perdono (nella consolatoria speranza che “prima o poi si riprenderanno”) e di vendere troppo presto quelli invece che guadagnano (temendo di perdere quel poco che si è già guadagnato).
  • L’ATTENZIONE ESCLUSIVA AI RISULTATI PASSATI, che porta a prendere in considerazione preferibilmente strumenti o mercati che hanno ben performato in passato e ad ignorare quelli che invece vengono da performance negative, senza provare a considerarne invece le prospettive future.
  • IL DISINTERESSE CIRCA I COSTI che si sostengono nel sottoscrivere qualsiasi strumento finanziario, complice anche la circostanza che difficilmente chi li propone ha a cuore la loro esplicitazione.
  • LA SCARSA O INADEGUATA DIVERSIFICAZIONE molto spesso ritenuta tale per il solo fatto di avere più strumenti in portafoglio, anche se questi investono solo nel nostro stesso paese (siamo tra i paesi i cui risparmiatori investono la maggior parte delle proprie sostanze in ambito quasi esclusivamente nazionale ed in particolare nel proprio debito pubblico) o nello stesso settore (quanti non hanno obbligazioni od azioni della propria banca?).

Se si analizzano i risultati di un qualsiasi mercato finanziario è statisticamente certo che la maggior parte degli investitori che vi hanno partecipato attraverso uno specifico strumento, non solo non sono riusciti a “battere” in termini di risultato quel mercato ma difficilmente hanno ottenuto lo stesso guadagno. Come mai?

Molto spesso i motivi risiedono appunto nei comportamenti tenuti dai risparmiatori nel corso del processo di investimento: si è investito sull’ onda dell’emozione per un trend positivo, ci si ritira per paura delle inevitabili oscillazioni verso il basso, non si è investito in modo effettivamente diversificato, per cui quando un certo settore o mercato “va giù” il portafoglio non è strutturalmente in grado di bilanciare quelle deblacle con altre performance.
Non si è, insomma, costruito un portafoglio di investimenti sulla base di una visione organica e complessiva né in previsione di un risultato atteso in un ragionevole lasso di tempo e si “naviga a vista”, nella segreta speranza di evitare tempeste e scogli e di trovare vento favorevole (un qualche “colpo di fortuna”, magari figlio di “una buona dritta” del “solito esperto”).
Invece, nel pianificare una qualsiasi navigazione si deve mettere in conto la possibilità che ci si potrà imbattere nel maltempo così come in altri imprevisti: prima o poi, statisticamente, capiteranno.

Dunque è meglio essere preparati e cioè aver prima adottato le misure di sicurezza disponibili, cominciando dalla consapevolezza che difficilmente si è in grado di fare da soli e che altri occhi oltre ai propri potranno aiutare a tracciare correttamente la rotta e, poi, nel corso della navigazione, a non cadere vittima delle stesse illusioni e trappole mentali.

[1] La notizia è stata ripresa da Marco Liera, giornalista a lungo responsabile dell’inserto Plus24 de Il Sole 24 ore
[2] The Library Of Congres, Behavioral patterns and pittfalls of U.S. investors, agosto 2010
[3] Kahneman D. e Tversky A., 1979, Teoria del prospetto: un’analisi delle decisioni in condizioni di incertezza