Newsletter Agosto 2017 – Gli squilibri dell’economia tedesca: reale minaccia o semplice invidia?

Il modello industriale tedesco – II parte

La ripresa dell’industria tedesca cominciò dall’ abbattimento del costo del lavoro, grazie principalmente a un congelamento o addirittura abbattimento dei salari. Il tasso di crescita delle retribuzioni tedesche dal 2000 al 2007 era pari a un modesto 1% annuo contro una media OECD del 3,5%. Un sacrificio notevole per i lavoratori impensabile in molti altri Paesi e le cui conseguenze, se non gestite, potevano avere impatti sociali importanti. Ma allora come è stato possibile in un Paese a cui tutti oggi riconosciamo uno stato di benessere economico invidiabile?

La risposta potrebbe risiedere in un collaudato e diffuso sistema di relazioni industriali cooperative. La caratteristica più importante di questo sistema, e probabilmente anche la più conosciuta, fu la presenza di rappresentanti sindacali all’ interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Oltre a rappresentare gli interessi dei lavoratori, i sindacati in questa posizione poterono toccare con mano come l’aumento dei salari abbassasse la competitività delle imprese e furono quindi più propensi a negoziare con l’azienda altri benefit sostitutivi e di interesse comune come la formazione o l’orario di lavoro flessibile.

Buone relazioni con i lavoratori, governate da norme aziendali o di relazione sindacale piuttosto che da leggi dello Stato, garantirono alle aziende una flessibilità più che sufficiente per renderle adattabili ai mutamenti del mercato; mutamenti che negli ultimi 20 anni hanno colpito in maniera dura l’apparato industriale tedesco, pensiamo all’ ingresso nella UE dei Paesi dell’est a basso costo del lavoro come Ungheria, Polonia o Repubblica Ceca, oppure la transizione della Cina verso il ruolo di esportatore globale di primaria rilevanza. Alla fine degli anni ’90 società e sindacati cominciarono ad abbandonare un sistema legato alla contrattazione nazionale dei salari dei vari settori industriali per approdare piuttosto a una contrattazione centrata sulle sfide delle singole imprese.

Una conseguenza della maggior dipendenza dei salari alle condizioni delle imprese fu una dispersione del livello salariale: quello dei lavoratori meglio pagati crebbe più della media, mentre il salario dei lavoratori più poveri crollò ulteriormente. L’abbattimento dei costi di produzione nelle aziende produttrici di servizi locali, dove la crescita salariale era più limitata, giocò un ruolo importante nella ripresa dell’export tedesco.

Tuttavia quella che abbiamo visto fino ad ora è solo una parte della storia, in quanto, oltre a imprese e lavoratori, fece la sua parte anche la classe politica con scelte coraggiose e conseguenze politiche nefaste. Tuttavia il Governo in quegli anni dimostrò di saper prendersi le sue responsabilità e fare le scelte giuste, seppur impopolari, per rilanciare l’economia.

Ma andiamo con ordine. Nel 2002 Gerhard Schroder, leader del governo sostenuto dal SPD, istituì una commissione, presieduta da un executive della Volkswagen – Peter Hartz, che comprendeva sia i capi delle aziende più rilevanti del Paese sia quelli dei sindacati. In Italia si parlerebbe di concertazione. Obiettivo della commissione era affrontare il problema di una disoccupazione ancora crescente. Il risultato fu una serie di proposte, che divennero parte di un programma di riforme più ampio chiamato Agenda 2010, che furono implementate in 4 fasi. L’ultima, denominata Hertz IV, entrò in vigore nel gennaio 2005 e trasformò i sussidi di disoccupazione di lungo periodo da variabili a fissi, senza tener conto del reddito da lavoro precedentemente percepito, inoltre l’accesso a tali sussidi era subordinato alla ricerca attiva di un lavoro.
Si deve, quindi, la ripresa dell’economia tedesca in ugual misura sia al taglio dei salari che alle riforme di Schroder. Tuttavia il costo politico fu enorme: perso il supporto dei lavoratori dell’industria, l’SPD non governò da allora.

L’osservazione che nasce spontanea dopo aver letto queste poche righe potrebbe essere quella che la Germania rinvigorì la propria economia sulla pelle dei lavoratori: buoni tutti a tagliare salari e welfare e recuperare competitività (anche su questo in realtà si potrebbero aprire mesi di discussione soprattutto in un Paese che perde competitività da oltre 20 anni… magari ne riparleremo).

In realtà la cultura della cooperazione nei rapporti industriali ha portato anche dei vantaggi ai lavoratori in quanto si basa comunque su un concetto collaborativo di do ut des. Quando la Grande Recessione colpì l’Europa e le aziende delle altre nazioni ricche cominciarono a licenziare lavoratori, in Germania si cercò di mantenere gli organici immutati nonostante il calo degli ordini e della produzione. Una soluzione fu la diffusione della banca ore, introdotta per la prima volta negli anni ’90, e dei partime. Tutto ciò faceva parte di un accordo implicito fra lavoratori e aziende, un dare-avere con benefici reciproci e limitata conflittualità.

Tutto perfetto quindi? In realtà l’adozione di questo modello ha avuto e sta avendo delle conseguenze macroeconomiche non del tutto trascurabili. Al prossimo appuntamento.